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News-Entertainment: Premio Pulitzer 2009 e watchdog disoccupati

Published: May 03, 2009 - 10:50 PM

Quella del 2009 è stata sicuramente una delle edizioni più delicate del Premio Pulitzer, la cui cerimonia di premiazione si è tenuta a New York lunedì sera. Oramai è risaputo che i quotidiani nel mondo, in particolar modo quelli americani, sono in balia di una crisi di proporzioni gigantesche, tra chiusure, banca­rotta e tagli. In questo senso, tra le questioni da risolvere nel minor tèmpo possibile, c'è l'amletico dubbio tra web e cartaceo. Proprio quest'anno, il Pulitzer aveva aperto per la prima volta nella sua storia le nomination anche a quotidiani/riviste online. Non c'è stato, però, un vero e proprio riconoscimento ad una testata elettronica, nonostante abbiano partecipato in sessantacinque. Sarebbe stato troppo masochistico, in un momento così difficile per New York Times e compagni.
Una piccola breccia in questo senso è comunque stata aperta. Oltre al sito finalista Politico.com, vero pozzo d'informazione nell'America di oggi, un' altra edizione online, ossia PolitiFact.com, si è imposta all'attenzione dei giurati. Ufficialmente il premio è andato allo staff del St. Petersburg Times, che però lavora costantemente su PolitiFact.com, sito che ha ricevuto una menzione speciale dalla giuria Pulitzer per il costante impegno a sfruttare le potenzialità di Internet e "separare la verità dalla retorica durante le elezioni presidenziali 2008". Proverbiale, infatti, nella corsa alla Casa Bianca il suo "truth-o-meter" (una sorta di "veri­ tometro", atto a testare la veridicità dei proclami politici). Fondamentale anche il più recente monitoraggio riguardo l'effettiva messa in pratica di ogni promessa tra le cinquecento fatte da Obama in campagna elettorale.
Futuro elettronico - Probabilmente, nei prossimi anni andremo incontro a più riconoscimenti per la stampa elettronica - soprattut­ to quando i maggiori quotidiàni avranno idee più chiare in futuro. Per il momento ci si è dovuti accontentare dei soliti ma ragguardevoli noti. Il New York Times è stato il vero vincitorè di questa edizione, con cinque premi (tra cui quello d'inchiesta, esteri e ultim' ora), superando quota cento dall'istituzione del riconoscimento. Ne ha ottenute di più solo nel 2002, quando ne vinse sette per l'eccezionale copertura dell'Undici Settembre. Questa volta ha bruciato tutti i concorrenti nella copertura dello scandalo a luci rosse di Eliot Spitzer (tra l'altro diffuso in anteprima sul suo sito web), che portò alle ingloriose dimissioni del governatore di New York. Ma, nonostante il quasi record, il Times continua a versare in serie difficoltà economiche. La maestosa sede progettata da Renzo Piano, àd esempio, è diventata un fardello, da quando è arrivata la recessione. La scorsa settimana la Reuters ha diffuso la notizia che ci sarebbero in programma altri tagli a collaboratori e sezioni settimanali per far fronte alla crisi. L'idea è di potenziare editorialisti e commissionare reportage di qualità, riducendo il corpo redazionale interno.
Il Pulitzer al tempo della crisi - Anche altre testate premiate, come il San Diego Union Tribune o il Detroit Free Press, devono fare i conti, sempre più in rosso, con una situazione di estrema difficoltà. Ci sono alcuni casi davvero clamorosi, in cui la crisi non viene scacciata neanche dalla vittoria. Il giornalista Paul Giblin dell' East Valley Tribune di Mesa (Arizona) è stato licenziato tre mesi fa. Patrick Farrell del Miami Herald, che ha vinto il premio "Breaking News Photography" per il reportage da Haiti post uragano Ike, si è confessato pessimista: "Sono al settimo cielo per questo riconoscimento. Ma penso anche che questa sarà l'ultima settimana di lavoro per alcuni miei colleghi al giornale. Avrei preferito non vincere in un clima simile". Paradossi. Nonostante il clima pesante, la copertura giornalistica della crisi economica è stata la grande assente. Secondo alcuni, è una critica alla stampa che non ha dato risalto agli allarmi. Anche perché il principale obiettivo della giuria Pulitzer era quello di sancire la maggiore attendibilità del vecchio e sano giornalismo cartaceo "watchdog", vigile ed inflessibile, in un momento così cupo. Sono chiare le dichiarazioni del coordinatore dei premio Sig Gissler: «I vincitori e finalisti della stampa sono veri e propri esempi del miglior giornalismo "watchdog". Intanto, sono stati assegnati anche gli altri premi per letteratura, teatro e musica. Per la sezione "Fiction" ha vinto Olive Kitteridge di Elizabeth Strout, dove compare una scorbutica insegnante sessantenne del Maine. Un evento, se si pensa che il suo libro è una raccolta di storie brevi e che dal 2000, con Jhumpa Lahiri, non vinceva un genere simile. Per il resto, hanno prevalso opere incentrate sulle tematiche razziali. Ha trionfato il brechtiano Ruined di Lynn Nottage per il teatro, una struggente sopravvivenza tra un bordello e un bar del Congo post guerra civile. Premiati anche Douglas A. Blackmon con Slavery by Another Name per la "non- fiction" sulla schiavitù nera Usa tra Guerra civile e Seconda Guerra mondiale, e Jon Meacham per la biografia American Lion sul presidente Andrew Jackson e il suo populismo mai comprensivo degli schiavi neri. Per la sezione "Storia", The Hemingses of Monticello di Annette Gordon-Reed sulla famiglia di Sally Hemings, una ragazzina schiava che si pensa abbia avuto una relazione con il presidente Jefferson. Per la musica, poi, ha vinto uno dei padri del minimalismo, Steve Reich, con Double Sextet del 2007. Mentre per la poesia ha prevalso il pacifista-buddista-ecologista M.S. Merwin con The Shadow of Sirius, la raccolta più autobiografica della sua carriera, con la solita mancanza d'interpunzione e verso libero. Merwin, tra le altre cose, aveva già vinto un altro Pulitzer nel 1971. Quella volta, però, rifiutò il premio in denaro per protesta contro la guerra in Vietnam.
Foot notes: da Il Riformista del 22 Aprile 2009
 

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